Sara Loffredi, Fronte di scavo
Un romanzo sul traforo del Monte Bianco
È un libro che sorprende Fronte di scavo di Sara Loffredi, uscito per Einaudi. Sorprendente è infatti la distanza dai tanti romanzi, italiani e non, ripiegati su se stessi, incapaci di guardare oltre il piccolo orizzonte che spesso coincide con la propria biografia; inusuale è anche l'uso di una lingua di cristallina chiarezza e scientifica precisione, che riesce ad essere veloce e coinvolgente. Ma la scelta più originale e vincente riguarda l'ambientazione: l'autrice racconta infatti l'impresa della costruzione del traforo del Monte Bianco, ambientando il testo all'interno del cantiere della sua costruzione. Quando fu inaugurato, nel 1965, era il tunnel stradale più lungo d’Europa: 11 chilometri e 600 metri. Collegò Courmayeur e Chamonix, l’Italia e la Francia. Si stima che per realizzarlo occorsero 711 tonnellate di esplosivo per far saltare 555.000 metri cubi di roccia, 771.240 bulloni e 300 tonnellate di ferro per sostenere la volta. Si calcola che abbiano lavorato alla realizzazione del progetto 5 ingegneri e 350 operai, per un totale stimato di 4.600.000 ore di lavoro. Un'opera grandiosa dunque, che Loffredi narra con esattezza ingegneristica e partecipazione umana, mettendo l'accento sull'energia, lo slancio, il senso di comunità di persone unite per concretizzare un'opera che ciascuno di loro sentiva come sua. Protagonista del romanzo è Ettore, giovane ingegnere motivato e preparato, ma insicuro, con alle spalle dolorosi nodi che non riesce a sciogliere. Lo aiuteranno a farlo una donna, Nina, che vive una condizione non molto diversa dalla sua e di cui finirà per innamorarsi; il capocantiere Hervé, finto burbero, che conosce la montagna come pochi e Samiel, un "rabeilleur", sorta di guaritore che con le mani aggiusta slogature, distorsioni e forse anche anime e le cui dita "sembrava che seguissero la via del nodo sciogliendone i capi". Con un sapiente lavoro di cesello, la Loffredi intreccia grande e piccola storia, facendo correre in parallelo lo scavo del tunnel e quello nelle psicologie dei protagonisti, che, quando l'immane lavoro sarà terminato, troveranno ciascuno il proprio passo: non solo per avanzare in montagna ma anche nella propria vita.
Entrare nel buio delle gallerie mi dava il piacere dell' allerta, acuendo i sensi che diventavano più precisi, tutti rivolti alla ricerca di una via, quella più giusta, quella possibile, come se fosse stata già creata nella roccia ed io dovessi solo trovarla: la pietra cedeva perché il disegno delle sue vene si apriva lì, in nessun altro modo, in nessun altro punto. Fu così che imparai a cercare la luce come fa il seme nella terra, quando apre una strada che esisteva anche prima ma gli altri non la vedevano.
Di seguito l'intervista di Rai Letteratura.
Il suo è davvero un libro originale, sorprendente, certamente non in linea con certa autoreferenziale letteratura contemporanea. Già l’idea di ambientare un romanzo nel cantiere del traforo del Monte Bianco, che quando venne inaugurato era il tunnel stradale più lungo d’ Europa, è stata sicuramente una scelta coraggiosa, risultata, a lettura ultimata, sicuramente vincente. Perché ha deciso di raccontare quell’impresa?
Tutto ciò che scrivo ha da sempre un denominatore comune, che è il prendere le mosse da un significativo dato di realtà; questo può essere più o meno intessuto nel romanzo, nel senso che può interessare solo l'ispirazione di partenza, l'ambientazione, oppure arrivare a intrecciarsi con la finzione in un ordito fitto. Per quanto riguarda Fronte di scavo questo legame è stretto, infatti nel romanzo, accanto ai personaggi, si muovono due persone reali che quel traforo l'hanno prima immaginato e poi realizzato: Pietro Alaria e Dino Lora Totino. Studiare le loro carte e le loro visioni, a distanza di cinquant'anni, è stata un'esperienza affascinante che mi ha spinto a imbarcarmi in quest'avventura; è innegabile però che l'inizio di tutto è da riferirsi alla mia infanzia, quando vivevo in Valle d'Aosta e il Monte Bianco non smetteva di inquietarmi, perchè mi sembrava una montagna magica, "nata" con quel buco alla base, che portava forse in un mondo parallelo.
Uno degli assi cartesiani del libro è il lavoro, altro argomento poco frequentato nei romanzi contemporanei. È sia lavoro mentale, intellettuale, di progettazione che materiale, che tocca ai tanti operai e minatori “che fecero l’impresa”. Come mai ha messo l’accento proprio su questo tema ?
Perché il lavoro è una parte fondamentale della nostra vita e mi sono chiesta molte volte, durante gli svariati lavori che mi sono trovata a fare fin da ragazzina, se stavo sprecando il mio tempo oppure no. La risposta dipendeva forse poco dall'attività in sè, molto invece dall'atteggiamento mentale che la accompagnava: ho vissuto molti anni pensando che la "vita vera" esistesse solo dopo il lavoro, in un tempo slegato dal dovere, eppure ho capito con il tempo che ci può essere anche un altro scenario: cercare il proprio posto nel mondo ma allo stesso tempo cercare di fare il meglio, qualsiasi sia il contesto. Questo per dire che è stato importante per me raccontare la dimensione comunitaria di un progetto come quello del Bianco, nel quale ogni singolo sasso era spostato da un singolo uomo, nel quale il rapporto tra tecnologia e natura era più equilibrato rispetto a quello di oggi - non è una vena nostalgica, che non mi appartiene, ma l'oggettività di una "battaglia ad armi pari" - e nel quale c'era un gruppo di uomini venuti da tutta Italia che lavorava per lo stesso obiettivo. Senza falsi romanticismi, emerge dai documenti di quel progetto un forte sentire comune che trascinava tutti nella stessa direzione. La scena dell'abbattimento dell'ultimo diaframma, la residua parete di roccia che separava lo scavo italiano da quello francese, ne è evidente esempio.
Veniamo alla lingua, certamente un punto di forza di Fronte di scavo. La sua è una prosa molto limpida, essenziale, veloce, che sa emozionare ma precisissima nel raccontare gli accadimenti del cantiere e i sentimenti dei protagonisti. Colpisce in particolare la precisione ‘tecnica’, che non diventa però mai pedanteria, nella descrizione dell’avanzamento dello scavo e dei problemi che incontra: è un ingegnere oppure ha studiato il linguaggio tecnico per scrivere il libro?
Ho lavorato tanto sul linguaggio, sia in prima stesura sia nel lavoro con l'editore, perché era importante trovare le parole giuste per raccontare questa storia. Non sono un ingegnere - ho studiato giurisprudenza - ma so bene che ogni mondo ha il suo linguaggio e quindi ho cercato di tuffarmici dentro, riemergendo con le parole del mestiere. Mi piace moltissimo questa parte, questo entrare in un mondo non mio per capirne il funzionamento. A livello linguistico bisognava tenere sotto controllo l'enfasi e il tono celebrativo, per questo ho riscritto alcune parti un milione di volte; sono contenta se il risultato convince.
Come sarà certamente accaduto nella realtà, la storia del cantiere finisce per intrecciarsi continuamente alle vicende di uomini e donne che lì hanno lavorato. Accanto ad un paio di personaggi realmente esistiti, gli altri sono di sua invenzione, a partire dal protagonista, Ettore, giovane, insicuro ingegnere che si porta dietro molte ferite che la vita gli ha inferto. Forse però chi colpisce di più è Samiel. Come è nata questa figura quasi sciamanica di rabeilleur, guaritore o meglio “aggiustatore”, dai metodi decisamente singolari che passano anche attraverso la… grappa?
La tradizione dei rabeilleur è antica nelle zone di montagna, io stessa da piccola ne ho avuto prova diretta: dopo una brutta caduta i miei genitori mi hanno portato da uno di loro, perché non camminavo bene. Era un personaggio famoso in Valle d'Aosta: Rolando, un omone gigantesco che non accettava denaro per questa sua attività - era un dono ricevuto - però gradiva in cambio grandi dosi di grappa che utilizzava in maniera...oggi diremmo multitasking, sia per scaldare le parti del corpo del "paziente" sotto il suo massaggio, sia per uso personale. Aveva mani enormi e un'energia potentissima addosso: era impossibile che questo ricordo non entrasse prima o poi in qualche mio progetto, perchè da bambina mi aveva colpito moltissimo.
Possiamo dire in conclusione che il libro celebra anche un‘impresa, che univa Italia e Francia, ma anche un tempo in cui certo non mancava l’entusiasmo per un’Europa che il traforo rendeva più unita e vicina?
Era un periodo storico particolarissimo, a poca distanza dalla seconda guerra mondiale si immaginava un tunnel che avrebbe collegato due nazioni gemelle ma oggettivamente distanti per motivi politici e storici. Ho amato quella visione d'insieme, coraggiosa, di unità, di connessione. Ovvio c'erano questioni economiche, come sempre, ma sono convinta che queste convivessero con la volontà di fare un'impresa epica, che poi è quello che cova nel cuore dell'uomo e permette di passare alla storia.
Sara Loffredi è nata a Milano nel 1978. Ha pubblicato romanzi per Einaudi, Piemme, Rizzoli. Dopo aver lavorato per tredici anni come editor in una storica casa editrice giuridica oggi si occupa delle connessioni tra le norme e la narrazione: è responsabile del progetto “Sana e robusta Costituzione” per portare in classe il racconto del diritto. Dopo Fronte di scavo (Einaudi) ha in uscita entro il 2020 un libro per ragazzi su Paolo Borsellino scritto con Marco Lillo del Fatto Quotidiano (La Casa di Paolo, Paper First) e una storia illustrata per bambini sull’Assemblea Costituente (La Costituzione degli animali, Il battello a vapore)
Tutto ciò che scrivo ha da sempre un denominatore comune, che è il prendere le mosse da un significativo dato di realtà; questo può essere più o meno intessuto nel romanzo, nel senso che può interessare solo l'ispirazione di partenza, l'ambientazione, oppure arrivare a intrecciarsi con la finzione in un ordito fitto. Per quanto riguarda Fronte di scavo questo legame è stretto, infatti nel romanzo, accanto ai personaggi, si muovono due persone reali che quel traforo l'hanno prima immaginato e poi realizzato: Pietro Alaria e Dino Lora Totino. Studiare le loro carte e le loro visioni, a distanza di cinquant'anni, è stata un'esperienza affascinante che mi ha spinto a imbarcarmi in quest'avventura; è innegabile però che l'inizio di tutto è da riferirsi alla mia infanzia, quando vivevo in Valle d'Aosta e il Monte Bianco non smetteva di inquietarmi, perchè mi sembrava una montagna magica, "nata" con quel buco alla base, che portava forse in un mondo parallelo.
Uno degli assi cartesiani del libro è il lavoro, altro argomento poco frequentato nei romanzi contemporanei. È sia lavoro mentale, intellettuale, di progettazione che materiale, che tocca ai tanti operai e minatori “che fecero l’impresa”. Come mai ha messo l’accento proprio su questo tema ?
Perché il lavoro è una parte fondamentale della nostra vita e mi sono chiesta molte volte, durante gli svariati lavori che mi sono trovata a fare fin da ragazzina, se stavo sprecando il mio tempo oppure no. La risposta dipendeva forse poco dall'attività in sè, molto invece dall'atteggiamento mentale che la accompagnava: ho vissuto molti anni pensando che la "vita vera" esistesse solo dopo il lavoro, in un tempo slegato dal dovere, eppure ho capito con il tempo che ci può essere anche un altro scenario: cercare il proprio posto nel mondo ma allo stesso tempo cercare di fare il meglio, qualsiasi sia il contesto. Questo per dire che è stato importante per me raccontare la dimensione comunitaria di un progetto come quello del Bianco, nel quale ogni singolo sasso era spostato da un singolo uomo, nel quale il rapporto tra tecnologia e natura era più equilibrato rispetto a quello di oggi - non è una vena nostalgica, che non mi appartiene, ma l'oggettività di una "battaglia ad armi pari" - e nel quale c'era un gruppo di uomini venuti da tutta Italia che lavorava per lo stesso obiettivo. Senza falsi romanticismi, emerge dai documenti di quel progetto un forte sentire comune che trascinava tutti nella stessa direzione. La scena dell'abbattimento dell'ultimo diaframma, la residua parete di roccia che separava lo scavo italiano da quello francese, ne è evidente esempio.
Veniamo alla lingua, certamente un punto di forza di Fronte di scavo. La sua è una prosa molto limpida, essenziale, veloce, che sa emozionare ma precisissima nel raccontare gli accadimenti del cantiere e i sentimenti dei protagonisti. Colpisce in particolare la precisione ‘tecnica’, che non diventa però mai pedanteria, nella descrizione dell’avanzamento dello scavo e dei problemi che incontra: è un ingegnere oppure ha studiato il linguaggio tecnico per scrivere il libro?
Ho lavorato tanto sul linguaggio, sia in prima stesura sia nel lavoro con l'editore, perché era importante trovare le parole giuste per raccontare questa storia. Non sono un ingegnere - ho studiato giurisprudenza - ma so bene che ogni mondo ha il suo linguaggio e quindi ho cercato di tuffarmici dentro, riemergendo con le parole del mestiere. Mi piace moltissimo questa parte, questo entrare in un mondo non mio per capirne il funzionamento. A livello linguistico bisognava tenere sotto controllo l'enfasi e il tono celebrativo, per questo ho riscritto alcune parti un milione di volte; sono contenta se il risultato convince.
Come sarà certamente accaduto nella realtà, la storia del cantiere finisce per intrecciarsi continuamente alle vicende di uomini e donne che lì hanno lavorato. Accanto ad un paio di personaggi realmente esistiti, gli altri sono di sua invenzione, a partire dal protagonista, Ettore, giovane, insicuro ingegnere che si porta dietro molte ferite che la vita gli ha inferto. Forse però chi colpisce di più è Samiel. Come è nata questa figura quasi sciamanica di rabeilleur, guaritore o meglio “aggiustatore”, dai metodi decisamente singolari che passano anche attraverso la… grappa?
La tradizione dei rabeilleur è antica nelle zone di montagna, io stessa da piccola ne ho avuto prova diretta: dopo una brutta caduta i miei genitori mi hanno portato da uno di loro, perché non camminavo bene. Era un personaggio famoso in Valle d'Aosta: Rolando, un omone gigantesco che non accettava denaro per questa sua attività - era un dono ricevuto - però gradiva in cambio grandi dosi di grappa che utilizzava in maniera...oggi diremmo multitasking, sia per scaldare le parti del corpo del "paziente" sotto il suo massaggio, sia per uso personale. Aveva mani enormi e un'energia potentissima addosso: era impossibile che questo ricordo non entrasse prima o poi in qualche mio progetto, perchè da bambina mi aveva colpito moltissimo.
Possiamo dire in conclusione che il libro celebra anche un‘impresa, che univa Italia e Francia, ma anche un tempo in cui certo non mancava l’entusiasmo per un’Europa che il traforo rendeva più unita e vicina?
Era un periodo storico particolarissimo, a poca distanza dalla seconda guerra mondiale si immaginava un tunnel che avrebbe collegato due nazioni gemelle ma oggettivamente distanti per motivi politici e storici. Ho amato quella visione d'insieme, coraggiosa, di unità, di connessione. Ovvio c'erano questioni economiche, come sempre, ma sono convinta che queste convivessero con la volontà di fare un'impresa epica, che poi è quello che cova nel cuore dell'uomo e permette di passare alla storia.
Sara Loffredi è nata a Milano nel 1978. Ha pubblicato romanzi per Einaudi, Piemme, Rizzoli. Dopo aver lavorato per tredici anni come editor in una storica casa editrice giuridica oggi si occupa delle connessioni tra le norme e la narrazione: è responsabile del progetto “Sana e robusta Costituzione” per portare in classe il racconto del diritto. Dopo Fronte di scavo (Einaudi) ha in uscita entro il 2020 un libro per ragazzi su Paolo Borsellino scritto con Marco Lillo del Fatto Quotidiano (La Casa di Paolo, Paper First) e una storia illustrata per bambini sull’Assemblea Costituente (La Costituzione degli animali, Il battello a vapore)